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|Una storiella dolce
dolce
di
Lorenzo Lucchetti
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L’albero lo si riconosce dal frutto
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La mattina in cui Rita andò a prendere il solito chilo di pane dal panettiere, aveva una famiglia numerosa e ne prendeva almeno due a settimana, si avvide dell’arrivo di uno straniero in città.
Non essendo una persona chiusa, anzi perfino era gioviale quando le piaceva esserlo, gli si avvicinò e gli disse “Buon giorno”.
“Io, signora” disse d’un tratto lui “Sono avvocato e sono qua perché sto cercando la signora Rita”
“Sono io” fece lei.
“Bene, allora sono qui per comunicarle che il divieto di transito sulla strada che passa sotto la sua camera da letto è stato revocato, lei sa che la sua casa fa da ponte sopra la statale?”
Lei annuì.
“Ebbene sono qui per ordinarle di non dormire più in quella camera, altrimenti i suoi peti e le sue flatulenze potrebbero infastidire gli automobilisti mentre vi passano sotto, e in definitiva, e qui parlo a nome della giunta, noi la intimiamo, cara signora Rita, a prendere il caffelatte la mattina, perché, e qui parlo a nome del sindaco, ho bisogno di respirare dell’aria salubre la mattina. Addio signora Rita. A miglior Peto.”
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|Parole
d'amore
di
Lorenzo Lucchetti
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...fare l'amore con lei è sempre come fare l'amore con le lunghe tenere potenti corde di un salice piangente, tra i petali avvolgenti e impalpabili di un glicine, la sua infinità è un mistero anche per lei. Ma lei mi aveva detto che queste stesse parole le avrebbe rivolte a me.
A lei che a volte parlava dopo, ma mi faceva felice lo stesso, a volte riconoscevo negli alti alberi di fronte alla finestra, piegati dal vento e dalla bufera, il suo collo teso come le piume di un cigno quando sta per dirigersi verso il cielo, ed i suoi occhi trillavano limpidi come l'infinito che lassù ruota in basso,
perche' lassu' e' quaggiu' per chi vi vola. Ma che cosa cercava il cigno?... e allora improvvisamente si apriva come un varco misterioso in un universo aperto totalmente inesplorato, di cui lei aveva paura, io avevo paura.
Cogliere che tu eri un pianto, un pianto di un bambino abbandonato, nessuno ti
abbandono' mai, il respiro del tuo ventre gonfio da un nuovo figlio, che occlude paure, e insieme
e' vento e pane-
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|Immagini
di Livens
di Lorenzo Lucchetti
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Ora tutto era tornato normale: nelle strade c'erano persone, c'erano auto in giro, passato il primo stupore eravamo lentamente tornati al nostro stato abituale e le cose tra di noi si raffreddarono un po'.
La seconda notte dalla nostra partenza pernottammo in un motel poco fuori della statale per Livens, un buco senza pretese, io non pensai nemmeno un istante di dirle che non avevo soldi per pagare, fu lei invece a dirmi che saremmo dovuti fuggire visto che non avevamo soldi, così il mattino all'alba come novelli Thelma e Luise fuggimmo fuori della finestrella del bagno e piombammo sull'auto pronti, a fare altre duemila miglia entro la giornata, attraverso il Montenegro.
Non avevo pero' la gioia spensierata interiore di Thelma e Luise, io ero piu' uno che faceva
queste cose per bisogno, come una missione, qualcosa che doveva essere fatto, un obiettivo che non poteva essere perduto, e dalla mancanza di gioia nel volto di Regina era chiaro che anche lei fosse assolutamente interessata che il nostro viaggio proseguisse.
Quella sera, era il terzo giorno che ci conoscevamo, in una trattoria fuori Winc, poco prima che il barista ci desse da bere, successe quella cosa che certo
lascio' un marchio indelebile su entrambi noi.
Regina stava ordinando e io ero andato al bagno, avevo pensato, mentre stavo chiuso dentro il bagno,
a quanto fosse davvero bella Regina come donna, che non le avevo dato le attenzioni che meritava per una bellezza del genere, e contemporaneamente un particolare senso di fierezza e di orgoglio mi prese dentro per il fatto che una donna tanto bella avesse scelto proprio me, aveva anche detto che non mi avrebbe mai lasciato.
Uscii dal bagno pronto a dirle che una volta in Italia avrei fatto di lei una donna rispettabile, sposandola subito qualunque cosa fosse accaduta, quando appena
tornato nello stanzone vidi il suo bel corpicino col vestito a fiori nero in piedi addosso a quello di un uomo.
Ci rimasi di sasso.
Non poteva essere lei, lei era innamorata di me e io avevo finalmente ricominciato a sentire la gioia dentro di me, assaporare la vita che mi veniva incontro, con la stessa
curiosita' di un bambino.
Gli girai attorno, avevo tanta paura che non riuscivo a controllare i miei movimenti. Andai dietro all'uomo per vedere se fosse veramente lei, e vidi che non c'era dubbio, era proprio lei che stava baciando quel bestione.
Non so cosa mi prese, ma non potei farne a meno: gli piantai il coltello in un orecchio e un pezzettino del lobo dell’uomo cadde a terra.
Poi l’afferrai e con il coltello in mano la portai via tra le sue grida, mentre la mia auto strideva l'asfalto di Livens, poco oltre il fronte, sul confine sud col Montenegro. Fuggivamo dalla guerra mentre Regina fuggiva da me.
Dapprincipio per le prime ore di viaggio pensai che l’avrei dovuta punire, ma ora che l’avevo scoperta non essere una donna sincera, compresi quanto fosse simile a me.
D’un tratto provai per lei un amore ancora piu' puro perche' reale, impossibile da infrangere: un vento forte batteva l’auto e io non potevo
piu' chiederle ciò che non mi poteva dare, e finalmente non dovevo
piu' chiederlo a me stesso.
Superammo le ultime montagne prima del mare, e in riva al mare, mentre io salutavo Regina, io ero un giornalista italiano, lei era serba,
e a lei sarebbe toccata una vita diversa dalla mia, lei mi disse –Scusami Lorenzo, non volevo farlo-
-Volevi Regina, volevi, ma non scusarti, il vento ci indica cio' che siamo, piu' di quanto noi lo diciamo a noi stessi, sii felice per me Regina, e io lo
saro' per te-
Mi spiacque solo, andandomene, che lei non avesse compreso le mie parole, scommetto che in quel momento era veramente convinta di aver perso l’uomo della sua vita. Ma certamente il vento le avrebbe mostrato ciò di cui abbisognava.
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